Quando si parla di invecchiamento e di tutte le manifestazioni fenotipiche ad esso correlate, si fa riferimento al comune declino delle principali funzioni cellulari che si traduce nella “senescenza cellulare”, vale a dire quel fenomeno per cui non abbiamo più cellule nuove (staminali) che possano rimpiazzare le cellule senescenti, cioè “invecchiate”, impossibilitate a riprodursi, a comunicare con le altre cellule, e che presentano una grande presenza di danni da stress ossidativo. L’invecchiamento è associato quindi ad un declino progressivo delle funzioni fisiologiche e dell’equilibrio tissutale.

Si tratta di un processo multifattoriale a cui concorrono non solo fattori genetici, ma soprattutto ambientali e lo stile di vita. Fattori interni ed esterni contribuiscono, durante l’invecchiamento della cellula, ad instaurare uno stato di inflammaging: si tratta di uno stato d’infiammazione cronica (quindi che perdura nel tempo, ma di basso grado), caratterizzato dal rilascio di molecole pro-infiammatorie e di radicali liberi. Queste molecole pro-infiammatorie chiamate citochine e chemochine, insieme ai radicali liberi sono i principali attori che si alimentano a feedback per creare altra infiammazione, proteine danneggiate ed ulteriori danni al DNA.

Il rilascio di citochine pro-infiammatorie e chemochine, va ad influire anche su un’altra caratteristica della cellula infiammata: l’immunosenescenza. La cellula dimostra cioè una ridotta capacità di risposta agli agenti patogeni, con aumento del rischio di malattie infettive, rallentamento dei processi di guarigione, riduzione della sorveglianza immunologica. Si ha quindi, con l’avanzare dell’età, cellule che hanno uno stato infiammatorio di basso grado ma cronico, e un sistema immunitario compromesso, con una disfunzione delle cellule immunitarie che meno reagiscono ai patogeni. Tutto ciò si traduce dal punto di vista del fenotipo non solo con l’invecchiamento fisiognomico, ma anche con una multidisciplinarietà di sintomi tra i quali la progressiva perdita della memoria, inizialmente a breve termine fino agli ultimi anni dove può o meno essere coinvolta anche quella a lungo termine (es. nelle demenze vascolari, nella malattia di Alzheimer). Perché si ha una progressiva perdita della memoria? Fondamentalmente, con l’invecchiamento assistiamo a dei meccanismi fisiopatologici più o meno comuni per tutte le cellule del nostro corpo, e che spaziano dalla disfunzione degli organelli deputati alla produzione di energia (mitocondri), alla presenza di proteine mal-ripiegate (proteine unfolded) che interferiscono con l’omeostasi cellulare, oltre ai già citati accumulo di danni al DNA causato da fattori infiammatori, radicali liberi e sostante pro-ossidanti. Così come vengono colpite quasi tutte le cellule del nostro corpo, vengono colpite a maggior ragione quei centri a livello cerebrale (talamo ed ippocampo in particolare) deputati all’acquisizione e codificazione, alla ritenzione ed immagazzinamento ed infine al recupero dell’informazione.

La perdita progressiva della memoria è percepita dall’anziano (giovane o meno giovane) come un sintomo dalla “gravità maggiore” rispetto ad altri (ad esempio dai primi acciacchi fisici): questo legame e allo stesso tempo timore così profondo è dettato dal circolo vizioso che si instaura con la perdita di memoria stessa. L’anziano diventa meno autonomo, necessita di assistenza, ma allo stesso tempo comprende che non è più quello di una volta: ecco quindi che può comparire una sintomatologia ansioso-depressiva associata ad un distacco progressivo dalla società. Questo circolo vizioso tuttavia, tende ad aggravare nel giro di relativamente poco tempo il quadro clinico con un peggioramento della sintomatologia.

Cosa fare dunque? Come già accennato, la genetica non è modificabile (almeno fino ad oggi!) quindi in prima istanza l’accettazione con consapevolezza di una condizione quale l’invecchiamento, potrebbe farci vivere più serenamente e senza particolari pretese. La vita è un dono in ogni sua fase e come disse il pittore Henri Matisse, “Non si può impedire di invecchiare, ma si può impedire di diventare vecchi”.

In aggiunta però, è certamente possibile (anzi, fondamentale) cercare quanto più possibilmente di invecchiare “qualitativamente” bene, partendo da un radicale cambiamento dello stile di vita. Gli ultracentenari dell’isola di Okinawa sono soliti a fare almeno 5 o 6 ore di attività fisica (coltivano l’orto, vanno a passeggiare, corrono, pescano, raccolgono frutta e bacche dagli alberi, passano ore in compagnia ecc.) tutti i giorni. Lo sport è ormai noto essere il primo strumento per ritardare l’invecchiamento cellulare e quindi tenerci in forma. Parallelamente a ciò, deve esserci una modifica del regime alimentare: una dieta ricca di frutta (soprattutto a basso indice glicemico), verdura di ogni tipo, semi e frutti oleosi (noci, nocciole, mandorle, pistacchi ecc.), legumi, cereali non raffinati, grassi polinsaturi e spezie (dieta mediterranea) sembra avere un impatto protettivo sull’invecchiamento. Ogni tanto anche una giornata di digiuno o semi-digiuno, peraltro presente saggiamente nella maggior parte delle religioni fin dall’antichità, può avere un impatto protettivo sull’invecchiamento. D’altra parte una dieta occidentale, basata sull’elevato consumo di farine raffinate, zuccheri semplici, patate, bevande zuccherate e proteine animali sembra avere un’influenza negativa sulla velocità del declino cognitivo oltre che sull’insorgenza delle più comuni patologie neurodegenerative.

Insieme al cambiamento dello stile di vita, la nutraceutica interviene laddove è già presente una carenza fisiologica non ripristinabile con la sola alimentazione: ad esempio la maggior parte degli anziani tende ad essere carente di vitamine del gruppo B, fondamentali per la loro correlazione in maniera inversamente proporzionale al rischio cardiovascolare e neurologico. Con un banale esame del sangue è possibile scoprire tali carenze dovute principalmente all’età (ma non solo), ed integrare laddove necessario. Altri nutraceutici specifici come la rodiola, la bacopa, lo zafferano e l-teanina possono migliorare il quadro clinico lavorando sull’infiammazione, sullo stress ossidativo e sul bilanciamento dei neurotrasmettitori cerebrali. Tutto questo a patto che la terapia nutraceutica sia cronica (l’invecchiamento cerebrale non si ferma!) o quantomeno caratterizzata da cicli di almeno 90 giorni di trattamento.

Invecchiare bene si può: intervieni da oggi! E soprattutto affidati al tuo farmacista di fiducia.

 

   Dott. Alessandro CollettiCOLLETTI